Alpi austriache in auto: strade alpine, passi e paesaggi tra Silvretta, Großglockner e Bregenzerwald
1. Incipit — La verità verticale del paesaggio austriaco
Le Alpi austriache non hanno bisogno di effetti scenografici immediati. La loro forza è più austera, più trattenuta, più antica. Le vallate si chiudono come corridoi naturali, i versanti incombono, le strade sembrano incidere la montagna invece di attraversarla. È un paesaggio che chiede rispetto, presenza, tempo; prima ancora del racconto, pretende attenzione.
È in queste montagne — nelle loro ombre lunghe, nei tornanti che sfidano la gravità, nei silenzi che sembrano scolpiti — che abbiamo trovato la forma più pura del nostro amore per le Alpi. Un amore che nasce dalla verità del paesaggio, non dalla sua immagine.
P.S. Le foto sono state scattate da mia moglie Anna Maria e da chi scrive queste note, eccetto dove i link (in arancio) ne specificano la fonte.
2. Perché proprio le alpi austriache
Un paesaggio che non si concede subito
Le Alpi austriache sono un paesaggio che richiede attenzione, lentezza, ascolto. Sono verticali, aspre, severe, capaci di aperture improvvise che non cancellano la durezza della montagna, ma la rendono ancora più evidente. Qui ogni valle sembra conquistata passo dopo passo, ogni tornante ha il peso di una scelta, ogni cima ricorda che l’alta quota non è decorazione: è sostanza, limite, misura.
La bellezza che non ostenta
Qui la bellezza non è mai esibita: è precisa, misurata, profonda. I villaggi sono scolpiti nella logica del legno e della necessità, i pendii ordinati non per compiacere lo sguardo ma per resistere alla quota, i silenzi hanno una densità che non si dimentica. È una bellezza che non si lascia fotografare una volta per tutte: va abitata, attraversata, riconosciuta.
Un paesaggio che riconosce
Non ti accoglie con facilità: ti mette alla prova. E se lo ascolti, ti cambia. È questo che amiamo della montagna alpina: il rapporto silenzioso e fedele con un paesaggio che costringe a essere presenti. Prima ancora dei luoghi, prima ancora delle strade, c’è questa disposizione interiore: accettare che la montagna non sia un ornamento del viaggio, ma la sua misura.
3. Le strade alpine come forma
di rispetto
La grammatica della montagna
Le strade alpine sono la sintassi di questo paesaggio: salire,
attraversare, scendere. Non sono semplici infrastrutture, ma modi diversi di
leggere la montagna. Una strada alpina autentica non cancella la fatica del
rilievo: la rende visibile, la accompagna, la traduce in curve, pendenze,
tornanti, gallerie, improvvise apparizioni di luce. Dopo aver riconosciuto la
verità del paesaggio, la strada diventa il modo concreto per entrarci.
Il movimento come rivelazione
Le Alpi austriache si capiscono solo in movimento. Solo quando la strada si arrampica, quando la roccia si avvicina, quando la valle si chiude e il cielo sembra restringersi tra le pareti. Per noi viaggiare in montagna non significa collezionare luoghi, ma imparare il loro ritmo: fermarci quando serve, tacere quando il panorama lo chiede, riconoscere che certe strade non sono fatte per apparire, ma per restare dentro.
4. Silvretta Hochalpenstrasse — La porta dl silenzio
L’ascesa perfetta
La Silvretta è un altare. Una strada che sale con una logica impeccabile, curva dopo curva, senza mai concedere la sensazione di una salita casuale. Ogni tornante sembra preparare il successivo, ogni parete si avvicina come se volesse misurare la nostra presenza, ogni apertura di valle arriva dopo una piccola prova. Si sale non per dominare il paesaggio, ma per essere ammessi dentro una sua stanza più alta, più silenziosa, più essenziale.
![]() |
Il passo Bielerhöhe, a 2.032 m.s.l.m. |
Il colore dell’acqua è irreale: un verde che non appartiene alla terra, o forse appartiene soltanto a quella terra quando decide di mostrarsi nella sua forma più pura. La diga, le pietraie, l’altopiano sospeso: tutto parla la lingua dell’alta montagna. Non c’è nulla di decorativo in quel luogo. Anche l’acqua sembra avere una sua severità, una calma minerale, come se custodisse in superficie il respiro dei ghiacci e in profondità il peso delle rocce.
La rivelazione
È qui che abbiamo capito che l’Austria non è un paesaggio da
attraversare in fretta: è un paesaggio da ascoltare. Bisogna sostare, lasciare
che l’occhio si abitui alla sua misura, che il silenzio perda la sua apparenza
di vuoto e diventi presenza. La Silvretta non chiede entusiasmo immediato:
chiede fedeltà allo sguardo, disponibilità a restare, attenzione a ciò che non
si rivela al primo passaggio.
Percorso ideale dai confini italiani
Per raggiungere l’accesso orientale della Silvretta da Galtür, il percorso più naturale dall’Italia passa dalla Val Venosta e dal Passo Resia, proseguendo verso Landeck e quindi nella Paznauntal fino a Galtür; in alternativa, per chi arriva dal settore occidentale, si può entrare in Austria dal Brennero, raggiungere Innsbruck e poi Landeck. Da Galtür la strada sale verso la Bielerhöhe, punto alto della Silvretta Hochalpenstraße, che collega il Tirolo al Vorarlberg nel tratto fra Galtür e Partenen.
5. Il viaggio del 18 agosto 2022 — La strada che rivela
(Kappl → Hochtannbergpass → Bregenz)
La base: Kappl
La nostra base era Kappl, nel cuore del Tirolo (in cui
abbiamo alloggiato dal 13 al 20 agosto). Un luogo che già da solo è una
dichiarazione di verticalità: case appoggiate al pendio, strade che sembrano
non avere mai un tratto davvero orizzontale, montagne che entrano nello sguardo
anche quando non le cerchi. Kappl non è soltanto un punto di partenza; è un
primo affaccio. Da lì la giornata comincia già dentro la montagna, già nella
sua logica inclinata, già in quella sensazione che ogni spostamento debba
guadagnarsi spazio.
La scelta del mattino
La mattina del 18 agosto abbiamo scelto il percorso panoramico:
non la via più rapida, ma quella più vera. È una scelta che dice molto del
nostro modo di viaggiare. Non ci interessava abbreviare, arrivare prima,
consumare chilometri con efficienza. Volevamo lasciare che la strada costruisse
il senso della giornata, che ogni paese, ogni salita, ogni deviazione avessero
il tempo di diventare parte del racconto.
I villaggi alpini
St. Anton, St. Christoph, Lech, Warth: villaggi che sembrano isole di quota, difese da pendii ripidi e rocce nude. Non sono tappe da spuntare, ma nomi che prendono senso solo dentro il viaggio: dopo una salita, dopo una curva, dopo una galleria, quando la montagna decide di aprire per un momento il suo spazio.
![]() |
| St. Anton am Arlberg, nel Tirolo |
Le gallerie nella roccia
Brevi ingressi nel ventre dell’Alpe. Ogni galleria sembrava
sospendere il paesaggio per qualche secondo, togliere luce, colore, distanza, e
poi restituirli all’improvviso in una forma diversa. Ogni uscita: un nuovo
orizzonte. Non era soltanto un cambio di scenario, ma un cambio di respiro;
come se la montagna, a tratti, chiudesse gli occhi e poi li riaprisse davanti a
noi.
Il passo
Poi la salita finale: il vento più freddo, la strada che si distende, la quota che smette di essere un numero e diventa sensazione sulla pelle. Davanti a noi il Hochtannbergpass, balcone naturale sul Bregenzerwald. Qui il passo diventa davvero una soglia: lascia alle spalle una montagna più dura e apre verso un’altra modulazione del paesaggio, più distesa, ma ancora pienamente alpina.
![]() |
| Hochtannbergpass |
Quel giorno è diventato uno dei nostri momenti fondativi. Dopo la verità severa del paesaggio e dopo la strada come forma di accesso, quel viaggio ha dato ai luoghi un valore più intimo. Non ricordiamo soltanto i nomi attraversati, ma il modo in cui si sono legati a noi: la luce sulle case, il freddo del passo, la discesa verso il Bregenzerwald, la sensazione di essere dentro un’esperienza che non aggiungeva una meta, ma un pezzo alla nostra storia
Percorso ideale dai confini italiani
Per ripetere idealmente il tratto Kappl–Hochtannbergpass–Bregenz arrivando dall’Italia, l’accesso più coerente è dal Passo Resia verso Landeck e quindi Kappl, nella Paznauntal. Da Kappl si procede verso St. Anton, si supera l’area dell’Arlberg e si entra nel Vorarlberg passando per Lech e Warth, fino al Hochtannbergpass; da lì la strada scende nel Bregenzerwald e conduce progressivamente verso Bregenz e il Lago di Costanza.
6. Il grande viaggio del 2025 — Le tre strade maestose
6.1 Großglockner Hochalpenstraße — La regina delle Alpi
La cattedrale della montagna
Il Großglockner è una cattedrale. Una strada che non si limita a salire: racconta. Racconta la fatica della quota, la grandezza degli Alti Tauri, la presenza del ghiacciaio e quella sensazione rara di trovarsi davanti a una montagna che non diventa mai sfondo. Ogni curva sembra avvicinare a qualcosa di più essenziale: non un panorama da conquistare, ma una misura più alta del viaggio.
![]() |
| A sinistra la piramide del Grossglockner e, a destra, il Pasterze |
Il ghiacciaio
Il Pasterze, immenso e fragile, è un incontro che non si dimentica. Non è soltanto un ghiacciaio: è una presenza che obbliga al silenzio, una materia viva e ferita, una memoria di freddo e tempo che resiste davanti allo sguardo. Davanti al Pasterze si capisce che la grandezza della montagna non sta solo nella sua altezza, ma nella sua capacità di farci sentire piccoli senza umiliarci, parte di qualcosa senza possederlo.
Percorso ideale dai confini italiani
Per raggiungere l’inizio meridionale della Großglockner Hochalpenstraße a Heiligenblut, il percorso più diretto dall’Italia orientale passa dal confine di Tarvisio, quindi Villach, Spittal an der Drau, Lendorf e Winklern, risalendo infine la Mölltal fino a Heiligenblut. Da qui si accede alla cassa meridionale e si sale verso l’Hochtor e i grandi belvedere del Großglockner.
6.2 Malta Hochalpenstraße — La strada delle cascate
La voce dell’acqua
![]() |
| La diga gestita dalla Società Verbund |
La Kölnbreinsperre
Un luogo sospeso, quasi irreale. Qui la montagna parla con la voce dell’acqua, ma anche con quella del cemento, della diga, delle pareti che la circondano e la sorvegliano. La Kölnbreinsperre non cancella la natura: la mette in tensione con l’opera dell’uomo. E proprio da quella tensione nasce la sua forza. Si resta davanti a quel muro enorme e allo specchio d’acqua come davanti a qualcosa che insieme trattiene e rivela, contiene e amplifica.
Percorso ideale dai confini italiani
Per arrivare alla Malta Hochalmstraße e alla Kölnbreinsperre dall’Italia, l’accesso più semplice è dal confine di Tarvisio, seguendo l’autostrada verso Villach e poi Spittal an der Drau; da qui si prosegue per Gmünd in Kärnten e quindi per la valle di Malta. La strada alpina parte nei pressi di Malta e risale la Maltatal fino alla grande diga di Kölnbrein, a circa 1.900 metri di quota.
6.3 Nockalmstraße — La montagna che respira
I monti Nockberge
Le Nock’n non sono pareti addomesticate: sono rilievi antichi, modellati dal tempo, che trasmettono una forza diversa da quella delle grandi cattedrali glaciali. La strada sale e scende come un respiro profondo, ma sotto quella continuità si avverte sempre la quota, il vento, la distanza dai fondovalle, la materia alpina che resta presente anche quando il profilo sembra meno aggressivo.
La montagna raccolta
È una delle montagne più intime della Carinzia: non perché sia meno alpina, ma perché parla con un tono più raccolto. La sua forza non sta nell’urlo, bensì nella durata: nei pascoli alti, nei boschi di larice e cembro, nelle curve che invitano a procedere senza fretta. Dopo le grandi pareti, i ghiacciai e le dighe, la Nockalmstraße porta il discorso verso una montagna più interiore: meno monumentale, ma non meno esigente.
Percorso ideale dal confine italiano
Per raggiungere la Nockalmstraße dall’Italia, il varco più pratico è Tarvisio: da lì si procede verso Villach e Spittal an der Drau, quindi verso Millstatt, Radenthein e Bad Kleinkirchheim, arrivando all’accesso di Ebene Reichenau; in alternativa si può entrare dalla parte di Innerkrems risalendo dalla zona di Gmünd e Kremsbrücke. La strada collega Innerkrems ed Ebene Reichenau attraverso il Parco della Biosfera dei Nockberge.
7. Le Alpi come geografia dell’amore
Viaggiare insieme è diventato un rituale. Dopo il paesaggio, dopo le strade, dopo i luoghi, resta ciò che tutto questo ha costruito in noi. Le montagne sono il luogo dove torniamo a essere noi, lontani dalla logica del possesso e della prestazione. Non ci interessa arrivare primi, vedere tutto, dimostrare qualcosa. Ci interessa riconoscere una strada, ricordare una curva, fermarci davanti a una valle e sentire che quel momento ci appartiene senza bisogno di esibirlo.
Ogni strada è un ricordo. Ogni passo è una promessa. Ogni valle è una pagina della nostra storia. È questo il nostro amore per la montagna alpina: un amore fatto di ritorni, di pazienza, di fedeltà ai luoghi. Qui il viaggio smette definitivamente di essere percorso e diventa legame; smette di essere itinerario e diventa memoria condivisa.
Solo a questo punto diventa chiaro il contrasto con chi arriva in montagna con l’urgenza di dimostrare di esserci stato. Noi, invece, cerchiamo di arrivarci con la disponibilità a farci cambiare. La differenza è tutta qui. La montagna non ama la fretta, non si lascia ridurre alla posa, non concede il meglio di sé a chi la guarda soltanto attraverso uno schermo. Chiede occhi liberi, passi lenti, un po’ di umiltà. Chiede di non trasformarla in sfondo, perché sfondo non è mai stata.
È questo il nostro modo di amare la montagna alpina: non metterci sopra una bandierina, ma lasciare che sia lei, dopo il paesaggio, dopo la strada, dopo il viaggio, a mettere radici dentro di noi.
8. Il Bregenzerwald — La montagna che accoglie
Dopo la severità del Tirolo (cfr. paragrafo 5), il Bregenzerwald è un cambiamento
di ritmo: prati inclinati, case di legno, luce che scivola sui versanti,
villaggi raccolti dentro una geografia ancora pienamente alpina. Non è una
pausa dalla montagna, ma un altro modo in cui la montagna si manifesta: meno
solenne, forse, ma mai banale.
È una montagna che non rinuncia alla sua verticalità: la distribuisce nei prati, nei tetti, nei boschi, nelle strade che salgono verso i passi. Anche qui il paesaggio non è un ornamento, ma una presenza. E forse proprio per questo il Bregenzerwald resta nella memoria come un approdo: non la fine del viaggio, ma il punto in cui la sua durezza trova una forma più quieta.
![]() |
| Crediti immagine |
Come raggiungerlo dall’Italia, da Kappl o da Innsbruck
Dall’Italia il Bregenzerwald si raggiunge idealmente entrando in Austria dal Passo Resia: si scende verso Landeck, si prosegue lungo l’asse dell’Inn e dell’Arlberg, quindi verso Bludenz e il Vorarlberg, lasciando che la strada cambi progressivamente tono fino ai prati inclinati e ai villaggi di legno del Bregenzerwald. Da Kappl il percorso è ancora più naturale: si lascia la Paznauntal, si passa per St. Anton e l’Arlberg, poi si entra nel Vorarlberg attraverso Bludenz, scegliendo se salire verso il cuore del Bregenzerwald o proseguire fino a Bregenz. Da Innsbruck, invece, la direttrice più semplice segue la A12 verso Landeck, poi la S16 dell’Arlberg e la A14 verso Bludenz e Bregenz; è un trasferimento che in auto richiede poco più di due ore fino a Bregenz e circa lo stesso ordine di tempo per raggiungere il Bregenzerwald, ma che vale la pena vivere non come collegamento veloce, bensì come progressivo cambio di montagna.
![]() |
| Il lungolago di Bregenz e il Lago di Costanza |
9. Conclusione
Il viaggio è sempre un ritorno. Dopo aver riconosciuto la verità del paesaggio, dopo averla seguita nelle strade, dopo averle dato nomi e luoghi, si torna infine alla parte più vera di noi: quella che non ha bisogno di mostrarsi, che non cerca conferme nello sguardo degli altri, che sa riconoscere il valore di una strada anche quando nessuno la sta guardando. Le Alpi austriache ci hanno insegnato questo: che la montagna non si possiede, non si consuma, non si riduce a immagine. La montagna si attraversa con rispetto, e se si è fortunati si lascia attraversare da lei.
Per questo le Alpi austriache sono diventate le nostre compagne
di vita: strade, passi, silenzi, altipiani, ombre, luce. Non sono un elenco di
mete, ma una geografia interiore. Ogni tornante ci ricorda che il viaggio più
importante non è quello che si può raccontare in una fotografia, ma quello che
continua a lavorare dentro di noi quando la strada è finita, quando il motore
tace, quando resta soltanto la memoria della quota.
Non c’è luogo che ci somigli più delle Alpi. E ogni
volta che torniamo, è come tornare a casa. Non perché siano facili, non
perché siano comode, non perché si lascino ridurre a un simbolo da esibire, ma
perché ci chiedono esattamente ciò che conta: presenza, pazienza, fedeltà. È
questo il nostro modo di amare la montagna alpina: non metterci sopra una
bandierina, ma lasciare che sia lei, dopo il paesaggio, dopo la strada, dopo il
viaggio, a mettere radici dentro di noi.












.jpeg)















Commenti
Posta un commento